Ciò che ci ferma
Soffriamo per le malattie, per ciò che perdiamo, per ciò che non possiamo cambiare. Sono ferite che appartengono alla vita e davanti alle quali siamo, almeno in parte, impotenti. Ma non dovremmo consumarci per le persone. Non dovremmo ammalarci per un lavoro. Non dovremmo trascorrere anni a rimpiangere i treni che abbiamo lasciato passare, né vivere come una condanna i sogni a cui abbiamo rinunciato.
Ci sono dolori che non possiamo evitare e altri ai quali, lentamente, impariamo a dare un posto dentro di noi. È una distinzione fondamentale. Perché spesso non è ciò che viviamo a tenerci fermi, ma il significato che continuiamo ad attribuirgli.
Non è sempre la ferita a impedirci di andare avanti: a volte è il modo in cui la custodiamo, la raccontiamo, la trasformiamo nella spiegazione della nostra vita.
Una persona che ci ha ferito può essere stata importante, ma non deve diventare la misura del nostro futuro. Un lavoro che ci ha consumato può aver occupato anni della nostra vita, ma non ha il diritto di possedere anche quelli che restano. Un sogno fallito può averci insegnato chi eravamo, ma non necessariamente chi dobbiamo continuare a essere.
La vita non ci chiede di non soffrire. Ci chiede qualcosa di più difficile: di non trasformare ogni sofferenza in una dimora.
Forse la libertà comincia proprio qui. Nel momento in cui smettiamo di domandarci perché ci sia accaduto qualcosa e iniziamo a chiederci cosa vogliamo farne. Non tutto ciò che ci accade è nelle nostre mani, ma lo è il modo in cui scegliamo di attraversarlo.