La volpe e la ricchezza della solitudine
Mi trovo nel Parco nazionale di Słowiński, nella parte centrale della costa baltica, tra Łeba e Rowy. È un luogo sospeso tra dune mobili, ecosistemi forestali e laghi che brillano come lastre d’argento sotto la luce sottile del Nord. Passerò qui due giorni, prima di tornare a Gdańsk. Ho programmato un itinerario di circa cinquanta chilometri. Oggi ne ho percorsi poco meno della metà. Ho scelto di farlo a piedi, senza servirmi dei Melex - i veicoli elettrici messi a disposizione dei turisti. Voglio sentire ogni passo. Il tempo che impiego a raggiungere un luogo non è un ostacolo, ne è parte integrante. Solo camminando posso entrare davvero nel ritmo di questo posto. Anche chiudere gli occhi, a volte, è un modo per vedere meglio: per cogliere un suono che attraversa il bosco, un refolo che mi sfiora il volto, un profumo salmastro che riempie l’aria come un ricordo.
I sentieri sono lunghi, ma non faticosi. Alternano tratti di sabbia bianca a boschi costieri di pino, ontano e betulla, dove la luce filtra leggera. Le dune mobili, che sono il cuore vivo del parco, si muovono impercettibilmente, sospinte dal vento del Baltico: avanzano di alcuni metri ogni anno, in silenzio, come animali preistorici. Camminarci sopra è un’esperienza straniante: ci si sente in un deserto che respira. Ogni tanto scambio qualche parola con chi incontro. Un saluto, un sorriso, poi ognuno riprende il proprio passo. Nessuno ha fretta. È come se il paesaggio stesso imponesse una misura diversa al tempo. E in questo spazio dilatato, qualcosa dentro di me trova quiete.
Fotografo il panorama, ma abbasso la reflex più volte. Preferisco guardare il mare. Il vento soffia piano, come se volesse dirmi qualcosa. Non ho voglia di andare. Ho bisogno di restare ancora un po’.
Dalla duna, dove mi sono fermato a riposare, appare lei. Si ferma, mi osserva, volge lo sguardo tutt’intorno, in continuazione. A pochi metri c’è l’orda barbarica dei turisti. Ho il teleobiettivo montato - che fortuna. Mi distendo lentamente sulla sabbia e immortalo il momento. Riesco perfino a riprenderla in un breve video. Un istante dopo, si infila nella trama fitta della boscaglia e svanisce.
Domani percorrerò in bicicletta i trenta chilometri rimanenti, avventurandomi verso l'interno del parco. Seguirò il sentiero che attraversa Gać fino al villaggio di Kluki.
Non ho mai sofferto la solitudine. Al contrario, l'ho sempre vissuta come un rifugio necessario - un vuoto abitato dove coltivare la parte più viva e creativa di me. Il silenzio che la società tende a emarginare è, in realtà, una soglia feconda. Lontano dai rumori consueti, la mente si distende, smette di reagire e comincia ad ascoltare. In questa sospensione, si accende una forma di percezione più sottile; qualcosa che di solito viene messo a tacere, e che invece qui prende voce. Ma non per tutti è così. Per molti la solitudine è una minaccia, una dimensione da anestetizzare e riempire in fretta. È allora che ci si volta indietro e si ripesca dal passato ciò che si era faticosamente lasciato andare. Rapporti sbagliati, dinamiche tossiche. Si torna a bere da una fonte che disseta male. Acqua sporca. E ogni sorso peggiora la salute. Non mendicare presenze sbagliate. La tua pace non ha prezzo.
Nei miei viaggi non ho mai cercato attrazioni, ma segni: tracce di un passato in cui l’uomo viveva ancora nel ritmo naturale delle cose. I paesaggi, ormai lo so, non trasformano all’improvviso, ma scavano piano, come fa la sabbia sulla pietra: senza fretta, senza rumore. E se qualcosa in me si riscrive anche questa volta, non sarà per stupore, ma per adesione. Perché in esperienze come questa riconosco una parte viva e necessaria di me.