Con lo sguardo aperto e le mani vuote
Non ho mai trovato conforto nelle certezze materiali che la società propone come rifugio: il tempo recintato, il possesso come misura del valore, il denaro come virtù. A tutto questo ho preferito la nudità della terra, la verità disadorna dell’essere umano, che non ha bisogno di maschere per esistere. Siamo sangue e respiro, desiderio e attesa, limite e apertura.
Negli ultimi vent’anni ho avuto il privilegio di esplorare angoli meravigliosi del nostro pianeta, di immergermi in culture diverse, di ascoltare lingue che non conoscevo. Ho cercato casa dove l’uomo può essere uomo, senza dover chiedere permesso al tempo; dove la solitudine non è vuoto, ma pienezza. Ogni incontro è stato uno specchio, ogni silenzio una domanda.
Oggi mi muovono bisogni nuovi, più profondi. Ho dato vita a progetti importanti, mossi dal desiderio di comprendere e di restare vigile. Porto avanti il mio lavoro, i miei studi e le mie ricerche con dedizione e risultati, ma non sento più la necessità di condividerli oltre misura, soprattutto sui social. Alcune cose, quando maturano, si difendono meglio nel silenzio.
Viaggio per scoprire il mondo, la vita, me stesso. E continuo a farlo per non dimenticare. Perché fermarsi significa arrendersi a un sistema che intorpidisce la mente, addormenta il corpo e confonde il desiderio con il consumo.
Recentemente, mentre sistemavo la libreria di casa, ho ritrovato un appunto scritto qualche anno fa:
Abbiamo un rapporto con il tempo profondamente irrisolto. Molto lo bruciano ogni giorno senza accorgersene, altri provano a rallentarlo. Continuo ad andare piano, a parlare poco e a scrivere di più; la paura di restare fermi è notevolmente più grande rispetto a quella di partire.
Ed è forse qui che riconosco la mia direzione: nel camminare senza fretta, ma con perseveranza. Con lo sguardo aperto, e le mani vuote - che per me significa non aggrapparsi, non possedere, non imporre.