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La storia dietro ai bitcoin: ideali, economia e crittografia

Per gli Stati Uniti, ma non solo, la Grande recessione può essere considerata un punto di svolta dell'economia e della politica, le cui conseguenze sono arrivate con un'onda molto lunga fino ad oggi. In quella bolla di crisi economica generalizzata, a fine 2008, viene teorizzato e diffuso uno degli strumenti economici più innovativi, il Bitcoin, la cui storia ben rappresenta le enormi potenzialità, ma soprattutto le contraddizioni del mercato finanziario digitale e di una parte della società affascinata dalle ideologie cospirative.

Blockchain e libertà?

Non a caso, sebbene siano passati quasi 15 anni dalla loro nascita, non si è ancora certi riguardo il futuro dei bitcoin e i motivi sono per la maggior parte legati proprio alla visione stessa di chi li ha inventati, Satoshi Nakamoto. La sua identità non è stata ancora oggi svelata e anche questo alone di mistero ha contribuito a creare una mitologia di moderno Robin Hood; Nakamoto infatti il 31 ottobre 2008 inizia ad inviare messaggi attraverso The Cryptography Mailing List proponendo lo sviluppo di un’idea: un sistema di denaro elettronico completamente basato su un controllo peer-to-peer, senza l’intervento di terze parti fiduciarie.

Quello che propone non è una novità, già a partire dagli anni Ottanta si era iniziato a teorizzare e produrre monete digitali e sistemi di pagamento che grazie alla crittografia avrebbero garantito transazioni sicure ed anonime. I tentativi fatti nel passato anche se falliti avevano però, uno alla volta, risolto i problemi di base, come il Double Spending e il sistema Hashcash di proof of work. Per tutti gli anni Novanta quindi si era creato, per quanto piccolo, un ecosistema di persone interessate alla produzione di criptovalute e molti di loro appartenevano al tecno-gruppo libertario Cypherpunks. Quando Nakamoto nel 2008 invia la prima mail trova quindi più persone pronte non solo a collaborare ma ideologicamente schierate dalla stessa parte. Nel manifesto mette in discussione alcuni dei principi alla base delle economie contemporanee, primo fra tutti il concetto di moneta fiduciaria, a cui oppone un sistema diffuso, sicuro ed anonimo basato su un sistema di moneta rappresentativa perché le banche centrali non abbiano più il compito di tenere stabile la moneta. Il momento storico in cui sceglie di entrare in azione è fondamentale perché Nakamoto giudica come un'ennesimo tradimento del rapporto fiduciario tra Federal Reserve e cittadini americani la scelta unilaterale di aver stampato enormi quantità di moneta per salvare le banche. Il 2 febbraio 2009 scrive:

"Il problema di fondo rispetto alla moneta tradizionale è tutta la fiducia necessaria a farla funzionare. La banca centrale ha il dovere di non svalutare la moneta, ma la storia delle monete fiduciarie è piena di abusi di questa fiducia. Le banche hanno il dovere di conservare il nostro denaro e trasferirlo elettronicamente, invece lo usano per i prestiti creando bolle di credito mantenendone solo una frazione come riserva. Noi dobbiamo avere fiducia in loro per la nostra privacy, fidarci che non permettano a dei ladri di identità di svuotare i nostri conti".

Ma come ottenere una moneta che non abbia un rapporto diretto con il dollaro o con l’oro, come era stato per DigiCash o e-gold, e allo stesso tempo anonima, sicura e di natura rappresentativa? Semplice, con le due caratteristiche fondamentali dei bitcoin che ne hanno decretato il successo, ovvero la Blockchain e la scarsità. La Blockchain è fondamentalmente un registro aperto e diffuso che, attraverso sistemi avanzati di crittografia, registra in un elenco ogni transazione senza che un organo centralizzato faccia da tramite nel totale anonimato; la scarsità invece riguarda le scelte politico-economiche fatte da Nakamoto che aveva previsto una quantità massima di moneta pari a 21 milioni di unità ad impedire la svalutazione. Il Mining, anche se dal nome fuorviante, non serve a generare nuova valuta ma ad ottenerne, in cambio della risoluzione di problemi matematici complessi legati alla Blockchain.

Ma se tutto questo crea un quadro coerente nella visione di chi lo ha creato, la realtà è decisamente più complessa; le istituzioni democratiche esistono per garantire i cittadini, non per opprimerli, la tecnologia è uno strumento, non una religione, e in mancanza di regolamenti dà la possibilità alla finanza più piratesca di prendere ciò che serve ed usarlo per generare nuovi profitti. Quello che si può obiettare a Nakamoto è di aver peccato di "ingenuità" pensando che il mercato avrebbe recepito la sua invenzione nei modi e nei termini da lui stabiliti, perché proprio quell'idea di libertà senza limiti ha permesso al mercato di appropriarsene e farne ciò che meglio ha creduto.

Le criptovalute sono qui per restare ma cosa ne sarà di loro?

Allo stato attuale non è possibile mettere in dubbio il successo del sistema Blockchain che regola il funzionamento dei bitcoin. Basti pensare che a giugno 2022, secondo Coinmarketcap le criptovalute sono quasi 20 mila e questo ha creato una situazione paradossale in cui questa proliferazione ha reso il settore ad alto rischio di investimento; i bitcoin invece, in virtù della loro scarsità, sono diventati un'asset più simile all’oro, niente di più lontano da una moneta di scambio in entrambi i casi.

L'idea libertaria alla base dei bitcoin funzionerebbe solo se tutti gli individui coinvolti condividessero le stesse condizioni di partenza, ma Elon Musk, che è stato in grado per mesi di manipolare il mercato della criptovaluta usando soltanto Twitter, ha dimostrato come questa visione sia in realtà solo un'utopia. Fabio Panetta, membro del board esecutivo della BCE, in un recente discorso tenuto alla Columbia University, è molto chiaro:

"Il manifesto del 2008 mostra una grande fascinazione verso la tecnologia, in particolare la crittografia ma senza una necessaria comprensione approfondita riguardo i pagamenti e le questioni monetarie […] Gli asset crypto stanno portando instabilità ed insicurezza - l'esatto opposto di quanto promesso".

A questo aggiunge anche che attualmente le dinamiche del mercato crypto sono simili a quelle della bolla dei mutui subprime (da cui è iniziata la recessione del 2008) ma di dimensione ancora maggiore e iniziano a diffondersi sempre di più preoccupazioni di un possibile scoppio. La sua risposta è, ovviamente, quella di regolamentare questo mercato perché non diventi il motore di una instabilità economico-politica globale in un periodo così fragile come il presente. Paul Krugman, economista e Premio Nobel, in un articolo per il NY Times non condivide la forte preoccupazione di Panetta però descrive quello che definisce The cultish aspects of the cryptocurrency movement, la parte più estrema di coloro che si definiscono i True Believers e fedeli al manifesto di Nakamoto, che hanno trovato una sponda nella politica attiva con il movimento MAGA di Trump prono alle teorie cospirative e ossessionato da uno stato oppressore.

Nell'ultimo periodo si parla moltissimo di Blockchain e criptovalute passando da articoli iper specialistici dal punto di vista tecnologico ad osservazioni generaliste senza cognizione di causa. Come spesso accade la divulgazione non è preparata a quello che ormai è uno standard, dopo 14 anni niente è più una novità, eppure non è in grado di approfondire le mille sfaccettature di questo che sembra essere un universo in formazione. È impossibile predire il futuro, ma non è così impossibile comprendere che questo sarà uno degli aspetti che dovremo affrontare, forse rimettere in discussione, e cioè: quale ruolo abbiano i singoli stati nell'integrazione del digitale nella realtà e quali conseguenze possono esserci dentro i confini di ogni nazione causati da fenomeni economici e politici globali.

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