Il futuro del lavoro: ibridazione, crisi e opportunità
Da due anni a questa parte il nostro stile di vita è cambiato radicalmente e ora che sembra aprirsi davanti a noi l’inizio della fine ci si inizia a chiedere cosa significherà davvero tornare alla normalità. Se ormai è chiaro che non sarà un ritorno al passato allora la sfida che si pone è riuscire a capire quale futuro vivremo, soprattutto in relazione al lavoro.
L'integrazione e l’innovazione hanno giocato un ruolo essenziale per lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi modelli lavorativi. Se durante la prima fase di lockdown il virtuale era percepito più come una risposta d'emergenza, ora è chiaro che la rete rappresenta un mondo complementare di opportunità e nuove possibilità. In Italia secondo il rapporto sul lavoro Istat 2020-2021 si è passati da una media del 5% della forza lavoro in smart working pre-pandemia al 47% nell’industria e al 60,5% nei servizi tra il primo e il secondo trimestre dello scorso anno (al terzo posto in Europa dopo Belgio e Irlanda secondo i dati Eurofund). Per il resto dell'anno - fino a marzo 2021- le percentuali si sono stabilizzate attorno al 30%. Anche per questo motivo il concetto di smart working (in italiano lavoro agile) è ormai entrato a far parte della vita quotidiana di moltissime persone che non vedono più il lavoro in presenza o da remoto come due strade separate. Sempre secondo i dati Eurofund infatti il 78% dei lavoratori europei intervistati ha dichiarato che vorrebbe continuare con un modello lavorativo misto tra ufficio e casa.
L'accelerazione dovuta alle restrizioni sanitarie ha generato una evoluzione profonda tanto da rimettere in discussione la definizione stessa di smart working. Molte aziende stanno implementando infatti la compenetrazione tra lavoro in presenza e da remoto descrivendolo come hybrid working, perché non più tanto legato alla dematerializzazione del lavoro quanto ad una sovrapposizione, seppure parziale, del virtuale nella realtà. In una indagine svolta in più di 30 paesi da Microsoft 365, in collaborazione con Linkedin che ha coinvolto più di 30 mila dipendenti, risulta che il 70% degli intervistati vorrebbe continuare a lavorare da remoto anche dopo la fine delle misure restrittive legate alla pandemia e per questo l'azienda sta implementando un modello globale di lavoro ibrido. La stessa Google LLC, nell'ultimo anno, ha ristrutturato uffici e strutture per poter permettere ai suoi dipendenti in diversi luoghi di poter collaborare efficacemente; lo scorso marzo il CEO Sundar Pichai ha annunciato un ulteriore investimento di 7 miliardi di dollari in nuovi uffici e data center negli Stati Uniti creando 10 mila nuovi posti di lavoro full time che saranno in grado di fornire ai propri dipendenti un sistema di lavoro più flessibile grazie al nuovo sistema di collegamenti tecnologici e di uffici decentrati.
Tra le innovazioni che si stanno innestando negli ambienti di lavoro ci sono VR e realtà aumentata. Secondo il report PWC UK del 2020 il valore dell’industria legata alla realtà virtuale aumenterà in maniera generalizzata in tutto il mondo Europa compresa; solo in Gran Bretagna in dieci anni è previsto un incremento di valore dell'industria pari quasi 3 punti di PIL.
Il successo è dato dal fatto che realtà virtuale e realtà aumentata hanno dimostrato di essere applicabili in molti settori lavorativi: nella formazione e nel training hanno permesso di tenere sessioni in ambienti virtuali in grado mantenendo un alto tasso di engagement, in medicina dove la realtà aumentata può essere utilizzata per mappare il corpo dei pazienti in tempo reale e aiutare i medici nelle valutazioni come anche nella formazione attraverso modelli virtuali interattivi, ma saranno d'aiuto anche ai pazienti ad esempio nelle sessioni domestiche di fisioterapia. Anche il settore retail si sta trasformando adottando sistemi di realtà aumentata per fornire ai propri clienti esperienze di vendita personalizzate, come prove virtuali o visite a distanza agli showroom. A cambiare sono anche la progettazione e più in generale il lavoro in team perché sempre più aziende, Audi tra le prime con i gli Audi spaces, hanno creato ambienti virtuali che spesso riproducono gli ambienti lavorativi e, a differenza delle videochiamate, qui le persone sono in grado di darsi appuntamento ed interagire chiacchierando davanti ad un caffè digitale o lavorando in gruppo su progetti 3D.
Oltre a realtà aumentata e lavoro virtuale si sta anche cercando di applicare le proiezioni olografiche in ambito della formazione, nelle riunioni a distanza o nei rapporti con la clientela. Già da qualche anno l'aeroporto di Londra Heathrow utilizza questa tecnologia per dare informazioni ai passeggeri, oppure in Italia dove la scorsa estate durante il Forum di Cernobbio gli ospiti stranieri hanno tenuto i loro interventi a distanza mentre sul palco appariva la loro immagine digitale. Molti nel settore delle imprese tecnologiche stanno investendo in questa che sembra essere la nuova frontiera dell'integrazione del virtuale nel quotidiano.
Resta difficile immaginare quale saranno le implicazioni di questa ibridazione del lavoro e nelle altre attività quotidiane. Se da una parte le aziende hanno usato questo ultimo anno e mezzo per capire quali strade fossero praticabili, lavoratori, stati e le stesse aziende stanno anche cercando di capire quali siano i limiti di queste nuove possibilità e quali conseguenze negative possono avere sulla salute fisica e mentale, sulla socialità e sulla qualità del lavoro. Diversi articoli hanno iniziato ad approfondire anche l’elemento umano di questo salto avanti nel futuro: se da una parte molti lavoratori non sono così ansiosi di rimettersi in viaggio da e per l’ufficio, dall’altra i team manager e senior leaders hanno espresso preoccupazioni sulle loro capacità di gestione dei gruppi di lavoro in remoto perché la separazione e la distanza hanno la tendenza ad alzare il livello di disattenzione e non stimolano i flussi creativi. Da uno studio pubblicato sulla Harvard Business Review si vede come la maggior parte dei manager intervistati si dica poco sicura di riuscire a gestire il lavoro da remoto (circa il 60%) e il 38% sostiene che il lavoro dei propri dipendenti sia peggiorato.
Ma non c’è solo questo: per legge l'ambiente in cui un lavoratore passa il proprio tempo deve rispondere a determinate caratteristiche che non compromettano la sua salute; inoltre c’è da prendere in considerazione il rapporto che esiste tra isolamento e salute mentale. In un report Eurofound pubblicato recentemente e che riguarda il rapporto dei lavoratori e lo smart working all’interno dell’unione Europea, si dimostra come nell’ultimo anno la fiducia verso i governi e il futuro in generale sia molto diminuito e di come invece siano aumentati disturbi legati all'umore.
Anche se quello del Covid-19 resta a tutti gli effetti un Black Swan gli Stati, molto più che le aziende, dovranno prepararsi a gestire le conseguenze non solo tecnologiche ma anche mediche, sociali e di sfiducia verso il futuro che la nuova flessibilità o l’ibridazione non sono certo in grado di affrontare da sole.