Digital Divide e democrazia: la sfida del nostro presente
La definizione di Digital Divide è semplice, quasi intuitiva, eppure dietro all’idea della disparità di accesso alla rete si nasconde un intero sistema di questioni fondamentali: diseguaglianze sociali ed economiche, che riguardano i singoli stati e allo stesso tempo gli equilibri globali. Questo perché il Digital Divide riguarda anche le conseguenze causate dalla mancanza di opportunità e della formazione di una cittadinanza capace di sfruttarle. Nell’ultimo anno abbiamo tutti vissuto in prima persona l’importanza vitale della Rete e quindi non è difficile comprendere quanto sia enorme la differenza tra chi si è trovato senza alternative, chi ha potuto andare avanti e chi anche prosperare. Non è quindi una coincidenza che se ne parli sempre di più, anche se nella grande maggioranza dei casi resta un argomento confinato ad ambiti professionali e specialistici. Trattata come una questione meramente economica, raramente se ne sottolinea l’importanza per l’educazione, la salute e in generale per la qualità della vita.
La questione del Digital Divide non è qualcosa di recente, ma una consapevolezza nata prima dell’arrivo della rete. Nel 1985 Donald Maitland presentò alla ITU (l’Unione internazionale delle comunicazioni) uno studio dal nome The Missing Link in cui si sanciva un rapporto diretto tra l’accesso alle telecomunicazioni e la crescita economica. Per questo è stato chiaro fin da subito che la diffusione dei computer e della rete avesse la tendenza a marcare in maniera ancora più netta le divisioni sociali per classe, etnia e geografia. I primi studi sull’argomento sono dell’inizio degli anni Novanta; nel 1995 il Dipartimento del commercio USA pubblicò il primo studio ufficiale sul Digital Divide e nel 1996 Al Gore, allora vicepresidente, tiene il primo discorso politico su questo tema.
David Malpass, presidente della Banca mondiale, nel suo intervento al summit annuale durante la giornata dedicata al Digital Divide, invita a porre l'attenzione su due aspetti in particolare: il primo è che attualmente ogni aumento del 10% della Digital Connection genera l'1 per cento in più di PIL (che in Italia equivarrebbe a circa 16 miliardi di euro), il secondo punto è che per colmare il Digital Divide a livello mondiale è necessario rivedere l'approccio alla questione delle infrastrutture di base. Con questo però non si riferisce solo alla costruzione delle autostrade digitali, ma soprattutto alla distribuzione dell'energia elettrica.
I dati della stessa banca mondiale mostrano come in tutti paesi del mondo aumentino le percentuali dell'accessibilità, ma al momento circa la metà della popolazione mondiale (3,6 miliardi di persone) ne è ancora esclusa. In questa lista degli ultimi 25 paesi, 21 sono parte del continente africano. Chiedere loro investimenti ingenti in infrastrutture crea problemi di natura economica, ma anche politica: servono tavoli multilaterali ma soprattutto governi stabili e progetti a lungo termine oltre a rapporti duraturi con imprese private, nazionali ed estere. Un esempio positivo in questa direzione è però quello di Telenor, compagnia telefonica norvegese, che in alcuni stati del sud-est asiatico ha avviato dei progetti proponendo piani di navigazione mobile a circa due dollari al mese.
Soluzioni come queste però sono un tampone rispetto alla necessità, soprattutto per le aziende, di una rete stabile e veloce, pari a quelli degli standard europei o nord-americani.
Un completo cambio di prospettiva potrebbe porre fine a tutte le questioni infrastrutturali: società come Oneweb, Starlink di SpaceX o il progetto Kupier di Amazon stanno avviando programmi per diffondere rete ultra larga al pianeta attraverso costellazioni di satelliti geostazionari. Riempire l’orbita di satelliti sembrerebbe porre questioni di natura ambientale, ma questi satelliti sono progettati per poter essere richiamati a terra e dotati di maniglie per essere facilmente recuperati se necessario. Starlink ha iniziato ad inviare i primi satelliti nello spazio a gennaio, Oneweb e Amazon inizieranno nei primi mesi di quest'anno.
Ovviamente nel continente europeo le questioni sono di ordine diverso ma non meno complesse. Secondo un sondaggio Eurostat 2019 sull’utilizzo quotidiano della rete emergono percentuali molto diverse, con una forbice estremamente ampia tra il nord e il sud-est europeo; aspetto che ha una influenza diretta con il declino demografico e lo spopolamento di queste aree. L'Italia soffre un distacco abbastanza marcato con i paesi che hanno una percentuale sopra al 90%: in particolare il sud dove l'utilizzo giornaliero medio è sotto il 60%. La Didattica a distanza (DAD) che si è dovuta mettere in atto, ha mostrato chiaramente la mancanza di hardware, infrastrutture e sistemi organici per la gestione della formazione online, cosa che ha avuto ripercussioni sulle fasce più deboli.
Lo scorso dicembre è stato però approvato Repubblica Digitale, un piano per chiudere il gap nella formazione di competenze di base ed avanzate della popolazione entro il 2025. Per quanto riguarda le infrastrutture, dal 2018 esiste un piano BUL (banda ultra larga) che entro il 2023 dovrebbe coprire più di 6.232 comuni, anche se a dicembre del 2020 la percentuale di avanzamento dei lavori è al 16%. Ogni ritardo sta costando sempre di più, non solo in termini di ricchezza, investimenti ed affidabilità, ma perché cronicizza gli svantaggi culturali ed economici delle aree bianche e grigie. Le differenze tra regioni, tra città e campagna, tra generazioni, fasce di reddito e genere, impediscono ad uno stato di poter esprimere le proprie potenzialità, soprattutto rende difficile alla scuola di adempiere al proprio ruolo di ascensore sociale e di ente di socializzazione verso un mondo sempre più integrato e globale.
Al parlamento europeo oltre alla road map dell'agenda digitale europea si è iniziato a discutere dell’accesso alla rete come un diritto umano, scelta che porrebbe l'attenzione al digitale anche come espressione di uguaglianza. David Sassoli, Presidente del Consiglio europeo, in una lettera riesce a riassumere la sfida che non può più essere rimandata:
Perché non sia fonte di disuguaglianza, è altrettanto necessario che l’accesso alla Rete si basi su regole di equità. Come nel caso dell’energia elettrica o di altri servizi considerati essenziali, l’impossibilità di accedere a Internet - il cosiddetto divario digitale - non ha soltanto impatto sul lavoro, l’impresa, lo sviluppo scientifico, sociale e culturale. Altrettanto forti sono gli effetti sulla vita quotidiana delle persone, negli aspetti anche intimi del loro benessere e della loro felicità. L'uguaglianza non è un punto di partenza, ma un obiettivo.