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Iperconnessi e isolati: l'illusione di un nuovo ecosistema

Anche se la sociologia non è più al centro del dibattito pubblico, continua a fornirci i concetti chiave per interpretare i mutamenti sociali. Negli ultimi decenni i contributi forse più importanti, di certo i più noti, sono le riflessioni di Manuel Castells sulla Network Society e di Zygmunt Bauman con la Società liquida.

Solo ad un livello superficiale le due teorie possono sembrare in contraddizione: in un terzo spazio virtuale, globale, e in cui anche il tempo diventa relativo, la teorizzazione della Network Society di Castells definisce come gli individui siano in grado di moltiplicare la propria presenza permettendo loro di essere in più luoghi contemporaneamente, di rivelarsi secondo diverse sfumature e di essere in grado di uscire dall’isolamento. Bauman allo stesso tempo teorizza la Società liquida, una nuova forma di strutturazione sociale che supera il concetto di massa che ha caratterizzato la riflessione sociologica novecentesca fino al Postmodernismo, in cui la società non è più mossa da grandi movimenti di persone che condividono solo una classe socio-economica di appartenenza (con una determinata serie di valori, obiettivi, riferimenti culturali e visioni di futuro) ma dall’individuo. Il Singolo diventa il centro di questo nuovo universo, con le proprie personali aspirazioni e il concetto di uguaglianza è sostituito da quello di possibilità di mercato e in cui il successo o la sua mancanza sono dovute solamente alle proprie capacità personali. Il risultato è una società composta da gruppi sociali dai confini indefiniti verso cui gli individui non sentono più un vero senso di appartenenza e condivisione, ma un rapporto di natura più utilitaristica e superficiale.

Con la diffusione di Internet, la frammentazione postmoderna, si è evoluta ulteriormente in una atomizzazione delle esperienze ed è a questo punto che Castells e Bauman possono collegarsi in una visione convergente: in una società così concentrata sulle singolarità, trovare le proprie nicchie di riferimento diventa una esigenza fondamentale per poter avere una vita sociale e di relazione soddisfacente e, nello spazio virtuale, questo si traduce nella costruzione di network individuali differenti per ognuno.

Anche se i social media sembrano ovviare a questa condizione di isolamento, in realtà i loro algoritmi e il sistema dei like agiscono da rinforzo per creare un mondo omogeneo e privo di contraddizioni fondato su un principio - sempre di Castells - della Self Mass Communication; le informazioni esterne sono filtrate e strutturate secondo standard personali creando quelle che sono state definite Bolle cognitive, già teorizzate nel 2011 da Eli Pariser, co-founder di Upworthy e Avaaz, come Bolle di filtraggio.

Negli anni per quanto il concetto di bolla si sia diffuso non è mai stato considerato come un dato di fatto e ancora oggi si discute se questo concetto sia qualcosa di più di una teorizzazione. Allo stesso tempo però, tutto il lavoro svolto da Cambridge Analytica, parte proprio dalla micro-targetizzazione e sulla creazione di messaggi mirati alle bolle personali delle categorie di riferimento e, sebbene ci siano critiche all’efficacia sovrastimata delle loro strategie, rimane il fatto che il loro modo operare abbia prodotto risultati elettorali (Brexit e Trump) molto concreti.

Oltre a questo negli ultimi mesi si discute molto di Cancel Culture, soprattutto negli Stati Uniti, quando le proteste di Black Lives Matter hanno spinto molte aziende a modificare la propria immagine togliendo dai marchi elementi considerati razzisti sotto la minaccia del boicottaggio, e mettendo in relazione l’idea che nelle bolle cognitive (o di filtraggio) delle persone rimane sempre meno spazio per la contraddizione; preferendo così un mondo coerente ai propri valori personali. Ovviamente anche l’idea di Cancel Culture è messa in discussione non solo perché ha come presupposto l’idea dell’esistenza delle bolle cognitive, ma anche perché la sua stessa definizione è ancora troppo vaga. Un aspetto che potrebbe aiutare in questa valutazione complessa sono i dati relativi ai dispositivi di utilizzo della rete: secondo l’Istat nel 2019 il 91,8% degli italiani ha usato lo smartphone per accedere alla rete, ma se per circa la metà il telefono è solo uno dei mezzi di accesso, per un’ampia fascia di persone resta l’unica opzione; in particolare l'uso esclusivo dello smartphone è più diffuso proprio tra quei segmenti di popolazione caratterizzati anche da un minor utilizzo di Internet, ovvero tra le persone con basso titolo di studio (51,7%) e tra i residenti nel Mezzogiorno (40,7%) soprattutto per l’uso dei social media e di applicazioni di messaggistica istantanea.   

Immaginare una network society che utilizza maggiormente smartphone e tablet invece che il computer per accedere ad Internet pone una questione che solo in apparenza è secondaria. Mettendo da parte la questione del diritto all’accessibilità, resta il fatto che usare un’applicazione invece che un browser, cambia completamente l’approccio all’infosfera: riducendo al minimo la serendipità, l’errore, il caso e l’approfondimento, lo smartphone divide e specializza le richieste, risponde in maniera precisa ad una precisa esigenza eliminando tutto ciò che non serve in quel determinato momento.

Quindi, forse, a rendere determinante l’efficacia di una bolla sono gli strumenti cognitivi delle persone, non solo una questione di algoritmi e di esposizione ai contenuti. Una persona che ha molti interessi, ha sviluppato negli anni di studio curiosità e competenze nell’osservare il mondo e utilizzerà i suggerimenti come strumento per approfondire e allargare il proprio orizzonte; una cosa che persone meno istruite - o per analfabetismo funzionale - hanno una forte tendenza a non fare. Per aggiungere complessità alla questione si può anche fare riferimento alla diffusione di teorie complottiste in cui social e media online hanno fatto da casse di risonanza: terrapiattismo, QAnon e 5G sono arrivati anche nei profili social di persone appartenenti anche a fasce socio-economiche più alte.

La soluzione ad un problema complesso come questo richiede interventi a livello statale e internazionale, che riguardano direttamente cittadini, stati e corporations. Se da una parte le politiche adottate da Twitter e Facebook di fact-cheking ed eliminazione di profili possono essere un inizio, dall’altra riguardano soprattutto aspetti di reputation e branding strategies.

Quello che dovrebbe essere radicalmente rivisto è il rapporto tra le persone e il sapere: leggiamo poco e restiamo penultimi nella classifica europea di laureati (27,6% rispetto al 40,3% di media nel 2019 secondo i dati Eurostat) ma non solo; benché risulti sempre più chiaro che per tutto ciò che riguarda la rete servano un approccio multidisciplinare e persone con competenze trasversali, non esistono effettivi approcci di formazione, analisi e soprattutto di divulgazione che spingano in questo senso. Lo spiega molto bene Piero Dominici, Professore di sociologia dei processi culturali e comunicazione all’università di Perugia, in un suo articolo sui rapporti tra il concetto di cittadinanza ed iperconnessione:

Ma la ridefinizione della cittadinanza (e la qualità della democrazia) richiede con urgenza cittadini consapevoli e responsabili, in grado di valutare e monitorare, di non accettare passivamente le narrazioni e/o le rappresentazioni mediatiche o, peggio ancora, le cose “per sentito dire”. Non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza… per abitudine culturale (qui ricordo un testo che amo e ri-leggo da sempre, e non soltanto con gli studenti… Étienne De La Boétie Discorso della servitù volontaria); cittadini in possesso di competenze non soltanto tecniche e/o digitali, educati e formati al “pensiero critico” ed alla complessità.

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