• HOME
  • Blog
  • Silicon Valley: la storia di una tempesta perfetta

Silicon Valley: la storia di una tempesta perfetta

Stay Hungry. Stay Foolish. Una frase entrata nella storia che non ha bisogno di introduzioni. Come del resto chi l’ha pronunciata, ovvero Steve Jobs, che nel 2005 tiene questo discorso all’università di Stanford nel giorno del diploma, augurando ai giovani laureati di non smettere mai di cercare, imparare, credere e perseverare. La perfetta conclusione dopo il racconto delle tappe fondamentali della sua vita, in cui tra scelte, fortune e difficoltà, crisi, evoluzione e fama, Jobs racconta di come è arrivato a realizzare qualcosa di mai visto prima e in cui il costante desiderio di crescita personale è stata la chiave del suo successo lavorativo. Combattere, rischiare, prevedere, tratti di una mente geniale in grado di immaginare il futuro ed insieme plasmarlo secondo la propria visione.

Il fatto è, però, che quella di Steve Jobs non è la vita di un eroe solitario; Palo Alto e la Silicon Valley sono diventate il centro mondiale di tutte le tecnologie che usiamo quotidianamente, software e hardware, con un prodotto interno lordo pari a quello delle nazioni più ricche al mondo. Per capire come questo sia potuto accadere è necessario tornare indietro nel tempo: occorre comprendere le peculiarità del capitalismo americano che per tutto il Novecento ha dominato senza pari l’economia mondiale in ogni settore, e come mai proprio quella zona della California è diventata - non senza limiti e contraddizioni - il motore di Internet a livello globale.

Un grande balzo nel passato è fondamentale per risalire all’origine delle prerogative economiche degli Stati Uniti, che si sviluppano insieme alla sua storia e alla sua geografia. In particolare dal 1600, quando i padri pellegrini sbarcano sulle coste americane. Il motivo principale per cui queste persone si spostavano verso il Nuovo mondo era la persecuzione religiosa, infatti la maggior parte di loro era protestante, soprattutto calvinista. Nell'opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo del 1905, Max Weber - economista, sociologo e storico tedesco - descrive come i concetti di "Terra promessa" e "Predestinazione", tipici del protestantesimo calvinista, abbiano determinato la nascita di un’etica del lavoro fondata sull’impegno, la realizzazione personale e sulla crescita economica costante. Tutto questo in una nazione immensa, in uno spazio tutto da immaginare e letteralmente da costruire. Anche la politica è un elemento determinante di questa etica (e del suo sviluppo socio-economico): gli Stati Uniti sono infatti la prima democrazia moderna, la prima Repubblica fondata su una carta costituzionale in cui il capo di Stato e i suoi rappresentanti sono eletti dal popolo.

Questo sistema liberale si reggeva - e tuttora si regge - sulla convinzione di avere la possibilità di diventare qualcun altro, di non essere definito dalle proprie origini e quindi di migliorare se stesso, la propria famiglia e contribuire al benessere della comunità nella quale si vive grazie al proprio lavoro. La mitologia dell’American Dream si è rivelata estremamente potente, in grado di materializzare uno sviluppo senza precedenti già nel 1800. È però importante precisare che gli immaginari e le mitologie sociali sono creati da chi detiene il potere, questo significa che l’idea del sogno americano, e ancora di più l’idea dell’American Exceptionalism, sono questioni che hanno direttamente a che vedere con l’esercizio della supremazia che in molti momenti ha coperto, deviato e giustificato azioni deprecabili come il genocidio dei nativi americani, la schiavitù o la segregazione. Allo stesso tempo però questi principi sono stati anche il punto di partenza per i molti che hanno scelto di lottare per la giustizia, l’inclusione e l’allargamento a tutti delle possibilità che questa nazione è in grado di offrire.

Seguendo questa prospettiva, e tornando al presente, non è difficile quindi pensare alla Silicon Valley come la punta di diamante del capitalismo americano e allo stesso tempo come alla capitale mondiale del mondo digitale sempre più interconnesso. La sua storia dimostra anche una profonda specificità tutta statunitense, l'esempio più riuscito di interdipendenza tra ricerca, capitali privati ed investimento pubblico che non ha nulla di casuale.

La Silicon Valley, che corrisponde grosso modo alla Santa Clara Valley a sud della Bay Area di San Francisco, era fino agli anni Cinquanta una zona essenzialmente agricola, ma nel 1951 Frederick Emmons Terman, professore di Ingegneria elettronica alla Stanford University (la stessa del discorso di Steve Jobs), ha un’idea per risollevare le sorti economiche dell’ateneo che a causa della guerra soffriva di un cronico calo di iscritti e di fondi: creare su uno dei terreni incolti dell’università un vivaio per le imprese elettroniche, ovvero lo Stanford Industrial Park. Negli anni Settanta cambierà il nome in Stanford Research Park per sottolinearne la vocazione a polo tecnologico, un centro di eccellenza e cooperazione tra l'università e le aziende tecnologiche statunitensi. Si tratta quindi di un vero ecosistema industriale e un incubatore di impresa dove avere accesso a ogni tipo di infrastrutture e servizi, a stretto contatto con l’innovazione e soprattutto a capitali pubblici e privati.

Completato nel 1953 ebbe un successo immediato, la prima azienda a trasferirsi fu la Varian Associates che ancora oggi conserva la sua sede a Stanford dopo 67 anni. Nel tempo qui sono stati inventati e perfezionati i semiconduttori, i circuiti integrati negli anni Sessanta, a cui seguì il microprocessore nel 1968 e il microcomputer a metà degli anni Settanta. Attualmente questa zona ospita centinata di aziende e nel 2020, 38 compagnie sono entrate nella lista Fortune 500, offrendo lavoro altamente qualificato a circa 250 mila persone.

Ci si è sempre chiesti se questo fosse un esempio replicabile, soprattutto in tempi recenti, dove in tutto il mondo sono nate delle piccole o grandi Silicon Valley. In una intervista della BBC Judy Estrin - imprenditrice americana, pioniera di Internet e una delle donne più influenti della Silicon Valley - a questa domanda ha risposto:

La Silicon Valley è una combinazione unica di università, società, investitori di Venture Capitals, cultura e clima imprenditoriale; tutte cose che hanno giocato un ruolo nella sua creazione. Solitamente, se si va a vedere ai luoghi dove esistono ecosistemi imprenditoriali, ci sono almeno due università. I loro studenti faranno nascere nuove idee e le porteranno nel mondo. Devi avere almeno una o due grandi aziende su cui puntare perché spesso gli imprenditori lavorano in compagnie di rilievo e hanno idee importanti da realizzare. Le grandi aziende solitamente le rifiutano perché non sono parte della loro strategia. Come risultato l’imprenditore le lascia e ne crea una nuova tutta sua. Le grandi compagnie quindi servono sia a fornire talenti che idee, oltre alle infrastrutture. Alla fine servono anche una politica adeguata ed incentivi. Si tratta di avere la sicurezza di non dover combattere contro leggi che rendano troppo difficile iniziare un nuovo business. Quindi è una combinazione di cose quella che permette di tentare di replicare la Silicon Valley. Il risultato sarà lo stesso? No. Ma potresti avere l’equivalente di quell’ecosistema imprenditoriale per un’area diversa, forse per la sanità o forse ancora per l’industria alimentare o l’agricoltura.

A quanto pare Internet conserverà ancora per molto il suo cuore in California, che del resto non ha nessuna intenzione che le cose cambino.

0
Shares
0
Shares