• HOME
  • Blog
  • Smart City: un presente tutto da costruire

Smart City: un presente tutto da costruire

La città intelligente, leggera, distribuita, inclusiva; in una parola Smart. Un nome moderno per qualcosa di antico, insito nell’idea di città o forse ancora di più di società, che ora è realizzabile in un modo nuovo, integrato e organico. Si tratta della possibilità di mettere in piena relazione le infrastrutture materiali delle città - assieme al suo capitale umano, sociale e intellettuale - con il complesso di impianti e installazioni immateriale della Rete; garantendo e implementando nuove forme di promozione sociale, di sviluppo energetico, di mobilità, sicurezza e accessibilità come mai prima nella storia. Un’idea che negli ultimi dieci anni si sta sempre più concretizzando, ma che affonda le sue radici a metà del Novecento. Il primo esperimento sulla Smart City infatti nasce nel 1967 a Los Angeles, quando l’amministrazione della città istituisce il Community Analysis Bureau, un ufficio pubblico che si sarebbe occupato di analisi demografiche e della qualità delle strutture abitative con il fine di allocare le risorse pubbliche in maniera più capillare ed efficiente. Attraverso l’uso di database computerizzati, immagini aeree agli infrarossi e della Cluster Analysis, l’organizzazione produsse un report considerato a tutti gli effetti il primo tentativo di Urban Information System, "The State of The City: A cluster Analysis of Los Angeles” del 1974.

Lo stato attuale: ritardi, necessità e implementazione

Ancora oggi però, fuori dagli ambiti accademici, resta difficile parlare di Smart City; forse perché richiede competenze specifiche in ambiti molto diversi, oppure perché il ritardo nel nostro paese nella sua immaginazione, prima che nella sua applicazione, ha privilegiato altri discorsi o forse ancora perché non esiste in maniera diffusa un giornalismo divulgativo multidisciplinare. Con la pandemia però questo discorso si è moltiplicato arrivando sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. In effetti quante volte abbiamo letto l’espressione Smart City negli ultimi tre mesi? Molte, moltissime, come mai era successo prima. L’emergenza Covid-19 ha riportato una focalizzazione su alcuni aspetti quali: l’attenzione all’ambiente, alla qualità della vita, alla sostenibilità del pianeta in generale; sfide legate alla gestione dei rifiuti e alla mobilità pubblica e privata nonché alla salute del cittadino. In questo complicato momento storico si è manifestata, in maniera urgente ed estremamente materiale, l’esigenza di ripensare non tanto a come vivere in città, ma a come la governance dei centri urbani si debba riformare, implementare e approcciarsi ad un nuovo modo di strutturazione e offerta dei suoi servizi essenziali. Mauro Annunziato, direttore divisione Smart Energy di ENEA (agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile; ente pubblico di ricerca del Ministero allo Sviluppo Economico) e co-coordinatore dell’European Joint Programme Smart Cities, ha dichiarato recentemente:

Ciò che questo periodo ha evidenziato è che la crisi innescata dalla pandemia viene affrontata decisamente meglio dalle città, dalle imprese e dagli stessi cittadini che hanno una propensione sviluppata alla digitalizzazione. Così oggi si sta scoprendo una nuova dimensione: la resilienza digitale.

Quella della Smart City tuttavia è una necessità che prescinde dalla contingenza perché riguarda l’integrazione di tecnologie attualmente disponibili, alla gestione dei servizi e dell'amministrazione. I sistemi attualmente in uso, più o meno digitalizzati, non solo segnano un ritardo italiano rispetto al resto del mondo, ma mancano di un modello nazionale di riferimento. Proprio l’ENEA sta cercando di risolvere finalmente la questione con il progetto Smart Italy Goal con l’obiettivo di creare una strategia nazionale per la convergenza di programmi e interventi di riqualificazione urbana e territoriale orientati alla realizzazione di Smart City. Questo però dovrebbe significare non solo creare un modello, ma cambiare le parole d’ordine che hanno formato politicamente gli ultimi decenni, passando dalla cultura delle autonomie e della frammentazione a quella di centralizzazione e di multidisciplinarità: l’amministrazione locale e nazionale, IT, scienze ambientali, ingegneria dei flussi e l’architettura così come il ruolo del cittadino nel rapporto con la città e quindi anche discipline visuali, semiotica, antropologia e sociologia dovranno prendersi un ruolo attivo nella vita politica.

In ogni caso nel nostro paese ci sono esempi positivi: Milano, Firenze e Bologna sono le prime tre classificate del ICity Rank 2019 del Forum PA di Gruppo Digital360. Roma, al quindicesimo posto nel 2019, con la delibera del 4 febbraio 2020 ha approvato le sue linee guida per il progetto Roma Smart City. Quando però confrontiamo la situazione italiana con il resto del mondo, il ritardo del nostro paese si fa sentire: pur esistendo diversi Smart City Index a livello mondiale sia in quello IMD-Università di Singapore sia quello della IESE Buisiness School posizionano Milano rispettivamente al 22 e 41esimo posto e Roma al 77 e 75esimo posto. Tra le città che stanno implementando i propri sistemi smart c’è Parma, unica città italiana che partecipa al programma europeo Ruggedised, in cui tre città "faro", Glasgow, Rotterdam e Umeå, implementeranno e svilupperanno le strutture di tre città "compagne", Parma, Brno, Gdansk attraverso studi e partnership comuni con la diffusione pratica di un modello europeo di Smart City sostenibile per le piccole città.

Nel resto del mondo, uno dei progetti più recenti e avanzati, è sicuramente quello del distretto della Grater Bay Area tra Hong Kong e Macao in cui un sistema di satelliti ad altra frequenza e a bassa orbita, chiamato Golden Bauhinia, analizzerà il "ciclo vitale della zona" (circa 56 mila chilometri quadrati) per velocizzare lo sviluppo di sistemi smart per Hong Kong ed espandere la sua economia. Un caso interessante è anche quello di Toronto, dove un ambizioso progetto di Smart City che avrebbe cambiato l’aspetto del lungolago della città, è stato improvvisamente abbandonato. Sidewalk Lab, società affiliata a Google e partner del progetto, attraverso il CEO Dan Doctoroff ha dichiarato che lo stato di incertezza nel mercato immobiliare della città di Toronto, causato dalla pandemia, ha reso impossibile la realizzazione del piano. In realtà il progetto era già da tempo oggetto di forti critiche che vedevano questo come un tentativo di una società privata di colonizzazione della città, un esperimento di surveillance capitalism che avrebbe messo in discussione questioni fondamentali di privacy e sicurezza dei dati dei cittadini. Ann Cavoukian, Information and Privacy Commissioner della regione dell’Ontario, nel 2018 esce dal progetto con una lettera che sottolineava come le direttive sulla privacy, fondate sul principio Privacy by Design, non sarebbero state nei fatti rispettate da SidewalkLab, permettendo inoltre l’accesso ai dati dei cittadini anche a società terze.

Smart è sicuro?

La situazione attuale si presenta come una lunga serie di tentativi raramente coordinati. Riflettendo in ottica di criticità il caso di Toronto è emblematico: come è possibile integrare società private di infrastrutture digitali in servizi che sono per definizione pubblici, rivolti a cittadini portatori di diritti riguardo i propri dati? Oltre a questo si pone più prosaicamente la questione tra chi attualmente ha più potere, se i giganti del web oppure le amministrazioni, visto che almeno in teoria, i principi di privacy non dovrebbero essere negoziabili (se non nei casi di offrire più protezione) quando si parla di servizi alla cittadinanza ordinati attraverso leggi e regolamenti. Si sussegue anche la controversia della sicurezza in senso stretto, ovvero la costruzione di sistemi che riducano al minimo le vulnerabilità. Un cyberattacco ad un sistema Smart City potrebbe avere ricadute gravi sull’economia con effetto immediato, senza contare che potrebbe avere accesso a settori come le forze di polizia, il sistema sanitario o i trasporti. Sarà la capacità di gestione dei rischi a fare davvero la differenza sul medio e lungo periodo, ed essere in grado di intervenire efficacemente in caso di attacchi, sarà fondamentale quanto la struttura stessa.

Smart City e uomo: la sfida etica si delinea nello spazio comune del rispetto della dignità umana; non solo libertà ma uguaglianza, solidarietà e diritti dei cittadini. Occorre attrezzarsi culturalmente. Un "mondo intelligente" dovrebbe sfruttare l'AI, i big data e l'Internet of Things per migliorare le proprie città, la mobilità, la sanità, l'agricoltura e l'istruzione, e più in generale la vita dell'uomo.

0
Shares
0
Shares