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Riconoscimento facciale e privacy: dalla Cina al modello sudcoreano

Durante il picco del Coronavirus in Cina sono state messe in atto misure senza precedenti per contenere il contagio, tra queste un ruolo fondamentale lo ha svolto l’implemento delle tecnologie di riconoscimento facciale. A differenza del resto del mondo, Europa in particolare, in Cina il riconoscimento facciale è largamente utilizzato nella vita quotidiana: per confermare pagamenti con WeChat (applicazione che ha raggiunto il traguardo di 1.164 miliardi di utenti attivi al mese, la quale, oltre a un servizio di messaggistica e chiamate, permette di avere un wallet virtuale e di accedere a servizi pubblici come le visite mediche), per aprire il portone del proprio palazzo, così come sui luoghi di lavoro ma anche scuole, strade e persino bagni pubblici. Non solo, a partire dal primo dicembre del 2019, ad ogni nuovo contratto telefonico mobile, è obbligatorio collegare una scansione facciale del proprietario dell’utenza. Il mondo però è venuto a conoscenza del livello di penetrazione e capacità della Cina solo all’inizio di quest’anno, quando le telecamere per strada sono state in grado non solo di misurare a distanza la temperatura delle persone, ma anche di riconoscere i visi di coloro che indossano una mascherina con una percentuale di successo del 95%, quando fino a pochi mesi prima era al 50% rispetto ad un viso senza mascherina ormai attestato al 99,5%.

Questo implemento non è avvenuto per caso e nemmeno all’improvviso. Hanwang l’azienda leader del settore, con due milioni di telecamere sparse per il paese, ha iniziato a lavorare al miglioramento del riconoscimento facciale ad occlusione parziale, quando alcuni degli ospedali della provincia di Hubei ne avevano fatto richiesta prima del picco del contagio. Il lavoro è stato svolto in poco tempo partendo dagli interventi sull’algoritmo per paesi come il Pakistan, dove molti uomini portano lunghe barbe in grado di confondere la lettura.

Parliamo di un sistema relativamente recente che si è sviluppato e diffuso molto velocemente. Introdotto alla fine del 2017 nella regione dello Xinjiang, a tre anni di distanza, è onnipresente nelle città cinesi e oggi società come Hanwang o Megvii sono divenute punti di riferimento a livello mondiale. Megvii per esempio è una startup fondata nel 2011 che lo scorso anno è stata quotata in borsa e valutata attorno al miliardo di dollari; oggi sta stipulando contratti per tecnologie di riconoscimento facciale con le forze di polizia al di fuori del paese asiatico. Dalla Cina al resto del mondo però il passo non è così semplice. Un uso così pervasivo all’interno di una società non può far nascere almeno dei dubbi sulle finalità del loro utilizzo. La stessa Megvii è stata chiamata in causa dalla Human Rights Watch (una ONG con sede a New York) nel maggio del 2019 accusando la società di fornire proprio alla polizia dello Xinjiang il mezzo con cui monitorare e controllare la minoranza musulmana della regione; a questo proposito però Qi Yin, uno dei soci fondatori di Megvii, ha difeso l’operato dell’azienda dichiarando che il loro sia solo un mezzo probabilmente usato in maniera scorretta che non è stato progettato per la profilazione razziale.

Negli Stati Uniti, dove solo nell’ultimo anno l’uso del riconoscimento facciale ha avuto una diffusione più massiccia, i risultati sono stati decisamente diversi: il Board of Supervisor di San Francisco ha proibito l’uso di tale strumento da parte della polizia o di qualsiasi altro ente; molte università e college statunitensi come Kent State University, DePaul University, Yale Law School e la University of Oregon hanno protestato e continuano a protestare contro la scelta delle amministrazioni di adottare il riconoscimento facciale per la gestione della sicurezza in terna. Alla UCLA di Los Angeles le proteste hanno fatto fare marcia indietro alla sorveglianza tecnologica dopo che alcuni studenti hanno dimostrato come il software avesse accoppiato in maniera erronea 400 immagini a 58 diversi ricercati di cui la cui grande maggioranza erano persone di colore. Alla UCLA si sono aggregate altre 50 università quali Harvard e la Columbia University, contro circa la decina che invece ha scelto di adottare il riconoscimento facciale. In totale sono circa 1500 le istituzioni che negli USA usano o stanno adottando il riconoscimento facciale e la maggior parte di loro sono forze di polizia. Wolfcom, il più grande fornitore di bodycam per le forze dell’ordine negli Stati Uniti sta attualmente facendo beta testing sul primo modello dell’azienda che include un AI in grado di riconoscere i volti; l’azienda però non sta rilasciando pubblicamente alcun dato o dichiarazione riguardo all’accuratezza delle rilevazioni che non operano ancora in tempo reale, ma attraverso un sistema di ricerca in database.

Dello stesso tipo è SARI, sistema automatico di riconoscimento delle immagini, attivo in Italia dal 7 settembre 2018, che ha di certo un utilizzo più limitato visto che il Garante della Privacy ha proibito l’uso di queste tecnologie in real time e in cui le ricerche nel database AFIS (Automated Fingerprint Identification System) hanno bisogno dell’approvazione di un giudice. È certo che lo stato delle democrazie occidentali, in particolare quelle europee, garantisce ai propri cittadini diritti fondamentali che non possono essere scardinati pacificamente, ma quello che stiamo vivendo ora ci impone di riflettere su quanto ognuno di noi sia disposto a rinunciare volontariamente a una parte di questi diritti in nome della sicurezza. Oggi direi della vita. Per limitare la diffusione del Coronavirus, è notizia di questi giorni che ENAC (Ente nazionale per l'aviazione civile) ha consentito ai comandi di polizia locali (in deroga al regolamento di novembre) di usare i droni per monitorare gli spostamenti della popolazione e individuare le persone che violano i decreti emanati.

Non esistono risposte facili a questa che è una questione filosofica permanente, sicurezza vs diritti, al contempo però non può essere messa da parte, almeno a livello speculativo, soprattutto in un momento dove sotto i riflettori ci sono le modalità con cui creiamo e portiamo avanti le relazioni personali e sociali.

In Corea del Sud il modello adottato è quello della doppia T: tamponi e tecnologia. Test a tappeto (si parla di circa 20.000 tamponi al giorno) più di 350.000 fino ad ora effettuati a chi ha sintomi lievi, un po’ dappertutto, anche in strada. Dopo il tampone scatta la fase due, il tracciamento digitale. Utilizzando il GPS viene garantita la quarantena e si scopre dove il contagiato faceva la spesa, chi ha incontrato o in quale treno è salito; questa mappatura, in tempo reale, è visibile a tutti attraverso un’app scaricata sul proprio smartphone. Metodi invasivi ma efficaci, medianti i quali il bilancio oggi è di circa 9200 contagiati e poco più di 130 morti; l’aumento dei contagi è stato bloccato in poco meno di un mese, tanto che oggi se ne contano solo 100 al giorno.

Due mondi diversi, quello coreano e quello cinesi accomunati dalla rinuncia totale alla privacy; come dire: meno contagi ma anche meno libertà.

In ultimo. Ci sarà uno tsunami economico globale senza precedenti? Aumenteranno le bancarotte? Si, sicuro. Ma vogliamo mettere sulla bilancia il peso che ha la vita? L'unica che abbiamo? Riflettiamo.

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