Internet sovrana: la Russia e le contraddizioni dei nostri tempi
Primo passo: 1989. Il 9 novembre cade il Muro di Berlino, in quel momento e negli anni successivi l’idea di libertà sarà strettamente legata allo spazio, all’emancipazione contro un’idea di controllo opprimente e ossessivo da parte di uno stato che aveva fatto della raccolta dati dei cittadini la propria paranoia. Lo stesso anno Tim Berners-Lee propone un’idea al CERN di Ginevra che viene definita "vaga ma interessante".
Secondo passo: 1991. Sempre presso il CERN Berners-Lee definisce il protocollo http dando forma all’ipertesto, teorizzato da Nelson all’inizio degli anni Sessanta, e il 6 agosto dello stesso anno pubblica il primo sito Internet della storia creando World Wide Web.
Terzo passo: 1993. Il 30 aprile i protocolli e il codice sorgente di Internet vengono rilasciati in pubblico dominio e quello che è nato in quel momento è ciò di cui oggi disponiamo. Il primo gennaio dello stesso anno entra in vigore il trattato di Maastricht che di fatto sancisce la nascita dell’Unione europea. In Europa e nel mondo si diffonde un discorso culturale sulla libertà rivolta al progresso, inteso come condivisione, lo spostamento delle persone come delle idee (e delle merci), all’integrazione di sistemi e di culture diverse per somma e non per dissoluzione e sembrava che Internet fosse la realizzazione immateriale di questo nuovo mondo aperto, libero ed accessibile.
Questo storytelling culturale non aderiva alla realtà geopolitica dell’epoca più di quanto faccia qualunque retorica con ogni singola realtà. Quello che è chiaro in una maniera quasi brutale è che la realtà odierna è diversissima da quel recente passato e, di conseguenza, lo sono anche le narrazioni culturali del nostro tempo. La questione non ancora risolta di Cambridge Analytica ha strappato ogni velo di finzione e ora nessuno può nascondere che lo storytelling culturale non è il racconto che la realtà fa di sé stessa, ma linee narrative create perché la realtà si pieghi in una direzione, in bene o in male che sia. E così anche la mistica della rete ha cambiato la sua definizione di libertà, rimasta pilastro fondamentale della sua stessa esistenza, passando da apertura e ponte di passaggio a quella di sicurezza e di controllo.
Se da una parte c’è chi preme perché il problema venga dibattuto e porti al centro del discorso i valori fondamentali che hanno modellato la nascita e l'esistenza di Internet (lo stesso Berners-Lee attraverso la World Wide Web Foundation ha diffuso alla fine del 2019 il Contract For The Web che unisce nazioni e società informatiche con il fine di "mantenere la conoscenza liberamente accessibile senza che la ricerca del profitto comprometta i diritti umani e la democrazia"), dall’altra ci sono paesi come la Cina e la Russia che hanno scelto di gestire unilateralmente il web in funzione nazionalista e difensiva in nome della Digital Warfare. In particolare la Russia che fino al 2010 godeva di una rete aperta e senza censure (OpenNet Initative) successivamente implementa leggi sul controllo dei contenuti. Nel 2016 è stata pubblicata la prima proposta di legge di un sistema Internet autonomo sotto il controllo del governo attraverso i sistemi SORM. Nel 2017 vara una legge che impedisce l’uso di sistemi VPN o istruzioni che spiegino come superare i blocchi imposti dallo stato, oltre a leggi che riguardano l’obbligo da parte dei siti di tenere in Russia i server contenenti le informazioni dei cittadini russi con la possibilità da parte dello stato di avervi accesso su richiesta, compreso l’obbligo per gli operatori di conservare messaggi, telefonate e traffico Internet per 6 mesi e i metadati per 3 anni. Nel 2018 in Inguscezia un sistema di Kill Switch è stato in grado di spegnere il traffico mobile nella regione durante un periodo di disordini e lo scorso agosto, durante delle proteste a Mosca, la rete è stata messa in blackout momentaneo.
Il piano russo di una RuNet funzionante anche in caso di cyberattacco, limitando i nodi di accesso così da rendere il loro controllo completo, è estremamente ambizioso e forse nemmeno così assurdo (i recenti test di distacco e indipendenza dal web globale hanno dato esito positivo e poi nessuno vieta ad un paese con sufficienti risorse di organizzare una propria Internet), ma lo storytelling dello stato sovrano, sostenuto per primo dal presidente Putin, è ambiguo perché sovrappone il diritto alla difesa militare a leggi e tecnologie che limitano le libertà civili e personali dei cittadini russi. Inoltre crea un precedente e accentua la tendenza di alcuni paesi a smantellare Internet: sorvegliando e limitando le informazioni esterne, come avviene in Iran, o bloccando l'accesso a molti servizi Internet stranieri, vedi 'The Great Firewall of China', si arriva al medesimo concetto, ovvero al diritto delle persone alla libertà di parola e alla libertà di informazione online.
L’accesso ad una rete libera deve essere un diritto, è qualcosa che va un po' oltre al semplice diritto di "poter entrare", perché non riguarda solo una necessità quotidiana di ognuno, ma la libertà di tutti.