Dal Cap Bon a Cartagine

7 giorni. 500 km tra auto, louage, treni, bus e barca. Tanti a piedi, con lo zaino in spalla.

Povera, difficile, libera, selvaggia, tremendamente bella. Non sono venuto qui per cercare la Tunisia delle cartoline. Volevo vedere quella più lenta, quella delle strade secondarie, dei mercati, dei pescatori, dei piccoli locali e dei luoghi dove la vita continua seguendo ritmi che da noi abbiamo quasi dimenticato.

Mi sono perso tra i volti delle persone, segnati dal sole, dal tempo e da una vita che non sempre è stata gentile. Volti che non hanno bisogno di raccontarti nulla per dirti qualcosa. Ho nuotato nel mare deserto della Plage de Sidi Mansour, a nord di Kélibia. A El Haouaria sono sceso nelle antiche cave scavate nella roccia, le latomie che per secoli hanno fornito pietra a questa terra e soprattutto a Cartagine. Guardarle oggi significa trovarsi davanti a qualcosa che precede di millenni la nostra presenza e che, in qualche modo, continua a parlarci.
 
A Tunisi ho visto anche ciò che non è facile da guardare. Ho chiuso lo stomaco, ma mai gli occhi. Perché viaggiare, almeno per me, significa anche questo: non voltarsi dall'altra parte. Guardare la povertà, la fatica, le discariche a cielo aperto, le contraddizioni, le persone che vivono con molto meno di ciò che noi consideriamo necessario. Senza giudicare troppo in fretta. Senza trasformare la loro vita in una fotografia da portare a casa.
 
Guardare. E cercare di capire. Poi, in mezzo a tutto questo, sono arrivati i sorrisi. Quelli incontrati per caso. Quelli che non chiedono nulla. Quelli che nascono da una conversazione improvvisata, da un caffè, da una strada percorsa senza una meta precisa. Sono stati loro a nutrirmi quando il viaggio cominciava a pesare.
 
La sera, invece, arrivava il silenzio. E poi quella voce. La recitazione del Corano entrava nella notte, attraversava le finestre, si mescolava al buio e diventava quasi una presenza fisica. Una terapia per le anime affaticate. Mi sono addormentato così.
 
Forse è stato questo, più di ogni altra cosa, il senso del viaggio: cercare la pace. La serenità.
 
Cartagine è una di quelle città che continuano a esistere anche quando della città rimangono soprattutto rovine, pietre e frammenti. Ho camminato tra le sue vestigia pensando a quante civiltà siano passate da qui, quante persone abbiano attraversato queste stesse terre, quanto tempo sia trascorso e quanto poco, alla fine, rimanga di noi. Ho toccato la sua storia millenaria con la sensazione che il Mediterraneo, più che dividere, abbia sempre unito.
 
E poi i tramonti. Il fuoco del cielo sulla costa. Il mare che lentamente perdeva colore. E le albe, con l’isola di Zembra all'orizzonte. In quei momenti tutto sembrava più semplice.
 
Continuo a viaggiare. Non per aggiungere luoghi alla lista di quelli che ho visto, ma per sottrarre qualcosa. Il rumore. La fretta. Le abitudini. Le certezze. Per tornare, ogni tanto, a una versione più semplice di me stesso.
 
Ho vissuto una Tunisia vera, imperfetta, cruda. Una terra che non ha cercato di piacermi. E proprio per questo mi è piaciuta ancora di più.
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